Vedendo il castagno l’uomo sopra il fico, il quale piegava inverso a sé i sua rami, e di quelli ispiccava i maturi frutti, e quali metteva nell’aperta bocca disfacendoli e disertandoli coi duri denti, crollando i lunghi rami e con temultevole mormorio disse: «O fico, quanto se’ tu men di me obrigato alla natura! Vedi come in me ordinò serrati i mia dolci figlioli, prima vestiti di sottile camicia, sopra la quale è posta la dura e foderata pelle, e non contentandosi di tanto benificarmi, ch’ell’ha fatto loro la forte abitazione e sopra quella fondò acute e folte spine, a ciò che le mani dell’omo non mi possino nuocere». Allora il fico cominciò insieme co’ sua figlioli a ridere, e ferme le risa, disse: «Conosci l’omo essere di tale ingegno, che lui ti sappi colle pertiche e pietre e sterpi, tratti infra i tua rami, farti povero de’ tua frutti, e quelli caduti, peste co’ piedi o co’ sassi, in modo ch’e frutti tua escino stracciati e storpiati fora dell’armata casa; e io sono con diligenza tocco dalle mani, e non come te da bastoni e da sassi».
(Codice Atlantico, 67 r.a, Milano, Biblioteca Ambrosiana)
