Uscendo un giorno il rasoro di quel manico col quale si fa guaina a se medesimo, e postosi al sole, vide il sole ispecchiarsi nel suo corpo: della qual cosa prese somma groria, e rivolto col pensiero indirieto, cominciò con seco medesimo a dire:
«Or tornerò io più a quella bottega, della quale novamente uscito sono? Certo no; non piaccia alli Dei, che sì splendida bellezza caggia in tanta viltà d’animo! Che pazzia sarebbe quella la qual mi conducessi a radere le insaponate barbe de’ rustichi villani e fare sì meccaniche operazione! Or è questo corpo da simili esercizi? Certo no. Io mi voglio nascondere in qualche occulto loco, e lì con tranquillo riposo passare mia vita». E così, nascosto per alquanti mesi, un giorno ritornato all’aria, e uscito fori della sua guaina, vide sé essere fatto a similitudine d’una rugginente sega, e la sua superficie non ispecchiare più lo splendiente sole. Con vano pentimento indarno pianse lo inriparabile danno, con seco dicendo: «O quanto meglio era esercitare col barbiere il mi’ perduto taglio di tanta sottilità! Dov’è la lustrante superfizie? Certo la fastidiosa e brutta ruggine l’ha consumata!»
Questo medesimo accade nelli ingegni, che ‘n iscambio dello esercizio, si dànno all’ozio; i quali, a similitudine del sopradetto rasoro, perden la tagliente sua suttilità e la ruggine della ignoranzia guasta la sua forma.
(Codice Atlantico, 175 v.a, Milano, Biblioteca Ambrosiana)
