(Codice Atlantico, 67 r.a, Milano, Biblioteca Ambrosiana)
Andando il dipinto parpaglione vagabundo, e discorrendo per la oscurata aria, li venne visto un lume, al quale subito si dirizzò, e, con vari circuli quello attorniando, forte si maravigliò di tanta splendida bellezza; e non istando contento solamente al vederlo, si mise innanzi per fare di quello come delli odoriferi fiori fare solìa; e, dirizzato suo volo, con ardito animo passò per esso lume, el quale gli consumò li stremi delle alie e gambe e altri ornamenti. E caduto a’ piè di quello, con ammirazione considerava esso caso donde intervenuto fussi, non li potendo entrare nell’animo che da sì bella cosa male o danno alcuno intervenire potessi; e, restaurato alquanto le mancate forze, riprese un altro volo, e, passato attraverso del corpo d’esso lume, cadde subito bruciato nell’olio ch’esso lume notrìa, e restogli solamente tanta vita, che poté considerare la cagion del suo danno, dicendo a quello: «O maledetta luce, io mi credevo avere in te trovato la mia felicità; io piango indarno il mio matto desiderio, e con mio danno ho conosciuto la tua consumatrice e dannosa natura». Alla quale il lume rispose: «Così fo io a chi ben non mi sa usare».
Detta per quelli i quali, veduti dinanzi a sé questi lascivi e mondani piaceri, a similitudine del parpaglione, a quelli corrano, sanza considerare la natura di quelli; i quali, da essi omini, dopo lunga usanza, con loro vergogna e danno conosciuti sono.
(Codice Atlantico, 257 v.b, Milano, Biblioteca Ambrosiana)
